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Architetto e interior designer tra i più celebrati di Francia, in quasi mezzo secolo di carriera ha lavorato al décor degli appartamenti privati del Palazzo di Versailles e di 35 sale del Louvre, e ha impresso la sua firma in maestose dimore e in alcuni degli hotel più iconici al mondo, da La Mamounia di Marrakech all'Hôtel Costes di Parigi. Ma è nelle sue residenze private che l'estetica di Garcia - intrisa di storia, sensualità e sfarzo barocco - raggiunge le vette più alte. Una su tutte, una straordinaria dimora nei pressi di Noto (la cover di questo numero): sorta sui resti di un antico monastero gesuita distrutto dal terremoto del 1693, è rinata grazie all'estro di Garcia nel segno di una straordinaria stratificazione di stili e oggetti - tesori in marmo antico, arazzi, statue, arredi d'epoca - ed è poi diventata famosa per aver ospitato le riprese della seconda stagione di The White Lotus.
Cosa rende questa dimora così unica?
Prima di tutto, ha una posizione straordinaria. È stato il primo insediamento dei Gesuiti in Sicilia, nel 1650. Mio padre ha avuto un'educazione gesuita, quindi conosco bene questa filosofia. Scelsero il luogo più bello, perché era ancora incontaminato: una collina, il Monte degli Ulivi, che si affaccia su un'altra collina e, oltre, il mare. La città di Noto è arroccata su una terza collina, costruita a strati, come Gerusalemme, per cui nutro una grande passione. La pietra ha lo stesso colore di quella di Gerusalemme e si sussegue una serie di cupole, proprio come nella Città Santa. È un luogo che nessun altro può avere.
Quale storia ha voluto raccontare, lavorando alla sua ricostruzione?
Ciò che ho voluto evocare in questa casa è l'idea che nulla si fermi, anche dopo un terremoto tutto può ricominciare. Qui non era rimasto quasi nulla del monastero, era sopravvissuto solo il piano terra, che nel tempo è diventato una sorta di palazzo romano. Io ho una grande passione per Roma, e questo mi ha permesso di evocare, all'interno dell'edificio, l'atmosfera di un palazzo romano, e di trasmettere l'idea che questo edificio, risalente al 1630 o al 1640, sia stato restaurato dopo il terremoto, forse con uno stile che richiama l'aristocrazia spagnola, considerando che nel XVII secolo la Sicilia era sotto il dominio della Spagna. Ho avuto la fortuna di trovare in alcuni negozi di antiquariato pezzi antichi — tra cui dipinti e affreschi — capaci di raccontare proprio questa storia.
Cosa l'ha portata in Sicilia?
Forse ciò che mi ha convinto a comprare una casa lì è la mia passione assoluta per l'Oriente. Ho vissuto e respirato l'Oriente per molti anni, trascorrendo lunghi periodi soprattutto in Siria, che per me è uno dei Paesi più belli del mondo. Poi naturalmente c'è Gerusalemme, il Libano e il Marocco, dove ho lavorato a lungo. Ho conosciuto bene tutti questi luoghi, ci ho vissuto davvero, e quell'Oriente ideale l'ho ritrovato proprio in Sicilia. I siciliani sono orientali. Forse perché sono stati attraversati e conquistati da così tanti popoli: prima i Romani e i Greci, poi i musulmani, quindi i Normanni, gli Spagnoli e infine gli italiani. È una terra che ha sempre accolto le differenze culturali, stratificandole nel tempo, una dopo l'altra. In fondo, è molto vicina anche al mio modo di essere. Amo le differenze culturali.
Ricorda la sua prima volta in Italia?
Nel mio primo viaggio a Roma dovevo avere circa quattordici anni, ero con mia nonna e facemmo la visita d'obbligo alla Basilica di San Pietro. Rimasi completamente sopraffatto dalla sua grandiosità, dalla sua bellezza. Forse è stata proprio San Pietro ad accendere la curiosità, quasi viscerale e appassionata, che provo per questo Paese. Da allora non ho fatto altro che incontrare bellezza, meraviglia, conoscenza, una stratificazione di linguaggi — tutto ciò che, in fondo, mi interessa davvero.
Lei è conosciuto anche come collezionista. Che ruolo hanno gli oggetti nel suo processo creativo?
Sono attratto dagli oggetti, è sempre stato così. Se ho bisogno, per esempio, di una boiserie alta 2,85 metri per un cliente, con uno stile preciso, quell'idea mi si fissa in testa, la sogno anche di notte — e stranamente il giorno dopo la trovo. È una specie di schema ricorrente, anche se non va preso alla lettera. Gli oggetti, poi, sono fondamentali per la struttura stessa della casa, per creare un'atmosfera storica servono oggetti autentici, altrimenti non funziona, diventa artificiale. In realtà, ho proprio una sorta di mania, una "malattia" che in francese si chiama "la tournitte": non riesco a lasciare un oggetto nello stesso posto. Sono come Maria Antonietta, come Luigi XIV, come Madame de Montespan: gli oggetti sono in continuo movimento.
Nel 2023 ha venduto parte della sua collezione in un'asta da Sotheby's, 75 oggetti custoditi a Champ de Bataille, il castello normanno che ha acquistato nel 1992 e ha trasformato in un museo. Cosa l'ha spinta a prendere questa decisione?
Due motivi. Il primo: trovare le risorse per sviluppare ulteriormente Champ de Bataille, perché il denaro è il motore di qualsiasi progetto. Il secondo è stato più complesso, mi ci è voluto un anno per decidere. Sentivo che Champ de Bataille era troppo carico, troppo pieno di oggetti, non sempre collocati nel modo giusto, spesso semplicemente accumulati. Alla fine è stato un beneficio per Champ de Bataille: oggi è più arioso, più coerente, più in sintonia con lo spirito del luogo.
Dobbiamo aspettarci un'altra vendita in futuro?
Non credo nella permanenza delle cose. Quindi, chi può dirlo?
Può parlarci dei suoi prossimi progetti?
Tutto mi diverte. Il progetto più bello della mia vita è sempre quello che farò domani. In questo momento stiamo lavorando a un libro intitolato Le dodici fatiche di Ercole, che comprende sei delle mie case degli ultimi cinquant'anni e altrettanti luoghi pubblici estremamente simbolici, tra cui Versailles, il Louvre, La Mamounia, l'Hôtel Costes, La Réserve e un hotel futuristico a Doha. Cose che, a venticinque o trent'anni, non avrei mai potuto immaginare di realizzare. Perché non dovrebbe succedere ancora? Questo è il destino: non si può sapere.
Qual è la sua idea di casa?
Una casa riuscita è un luogo in cui si percepisce il calore, dove le persone si sentono accolte. Che sia semplice o lussuosa, non cambia — l'essenza è sempre la stessa: una celebrazione dell'amicizia.
Photo Credits: Eric Sanders; La Mamounia